Proteggimi sempre
Quando tutto va male,
Anche quando ho torto marcio.
Quando il vento soffia
Brutto e gli alberi s'inclinano,
E Dio solo sa come possano resistere.
Proteggimi sempre
Anche quando mi sto aprendo.
Quando mi sto squarciando
Di Bellezza.
È lì che ho bisogno.
In montagna, quando il terreno si fa difficile, ci si lega in cordata. Una corda unisce due persone: ognuna sale con le proprie gambe, ma sa che, se scivola, c'è qualcuno che tiene. È l'immagine più vicina che conosco a ciò che accade in un buon percorso psicologico.
Un'idea antica, prove recenti.
Che la cura passi attraverso il legame è un'intuizione antica quanto la psicologia clinica. La definizione che ancora oggi orienta la ricerca descrive l'alleanza terapeutica come tre fili intrecciati. L'accordo sugli obiettivi, cioè dove si vuole arrivare. L'accordo sui compiti, cioè come ci si arriva. E il legame: quella fiducia reciproca che permette di affrontare insieme anche i tratti più esposti.
La psicologia umanistica aveva già indicato le condizioni senza le quali nessun cambiamento è possibile: empatia, accettazione incondizionata, autenticità. Chi accompagna non recita una parte. Deve esserci, davvero.
Da allora le prove si sono accumulate. Nel 2018 una grande sintesi ha riunito i dati di quasi trecento studi, con oltre trentamila persone: la qualità dell'alleanza è risultata uno dei predittori più solidi dell'esito di un percorso di cura, qualunque fosse l'approccio utilizzato. Non è la tecnica, da sola, a curare. È la tecnica dentro una relazione.
Come si costruisce.
L'alleanza non si dichiara: si costruisce, un incontro dopo l'altro. Si costruisce quando una persona può dire «questo non mi aiuta» e sentire che quella frase viene accolta, non temuta. Anche le rotture dell'alleanza, i momenti di incomprensione, di distanza, di silenzio carico, sono state studiate a lungo: quando vengono riconosciute e riparate insieme, rendono il legame più solido di prima.
Si costruisce anche fuori dalle parole. Il tono della voce, il ritmo del respiro, la postura, il modo di stare in silenzio: è soprattutto lì che una persona sente se può fidarsi. Per questo, nel mio lavoro, l'attenzione al corpo comincia molto prima di qualsiasi esercizio. Ne parlo in Lavorare con il cervello destro.
E si costruisce nel rispetto. Ogni proposta, che sia una domanda, una tecnica corporea o un lavoro sul respiro, viene spiegata e fatta solo con il consenso della persona, nei suoi tempi. Uno spazio senza giudizio non è una cortesia: è la condizione perché qualcosa di vero possa emergere.
Per questo cerco di offrire un setting ove non esista giudizio alcuno, affinché ogni persona possa esprimersi nella propria totalità, complessità e autenticità. Sentirsi abbastanza al sicuro da poter abbassare un poco la guardia è ciò che rende possibile ogni altro passo: con le parole e, quando serve, con il corpo.
Una responsabilità condivisa.
C'è un equivoco frequente: pensare che lo psicologo «aggiusti» e che la persona «venga aggiustata». In cordata non funziona così. Chi accompagna conosce il terreno, sa leggere il tempo, sa dove piantare un chiodo. Ma a camminare si è in due, e la direzione si sceglie insieme.
La corda non tira e non trattiene: tiene. Ed è sapere che c'è a rendere possibile il passo successivo.
Riferimenti.
- E.S. Bordin, «The generalizability of the psychoanalytic concept of the working alliance», Psychotherapy: Theory, Research & Practice, 1979.
- C.R. Rogers, «The necessary and sufficient conditions of therapeutic personality change», Journal of Consulting Psychology, 1957.
- C. Flückiger, A.C. Del Re, B.E. Wampold, A.O. Horvath, «The alliance in adult psychotherapy: a meta-analytic synthesis», Psychotherapy, 2018.
- J.D. Safran, J.C. Muran, Negotiating the Therapeutic Alliance: A Relational Treatment Guide, Guilford Press, 2000.
Fotografia di Charlie Hammond, Unsplash.

