Una cascata ghiacciata, con lunghe colonne di ghiaccio azzurro sospese sopra l'acqua

Il movimento interrotto nel trauma.

Ci sono gesti che il corpo ha cominciato e non ha potuto finire. Restano lì, sospesi, come una cascata d'inverno.

Antonio Catona, psicologo · 3 minuti di lettura

Li riconosci i Danzatori dell'Anima
perché posseggono un qualcosa di rotto.
Un ingranaggio che salta un passo.

Antonio Catona

D'inverno, in montagna, si incontrano cascate ghiacciate. L'acqua è lì, a metà della caduta, fermata dal freddo in una forma che sembra eterna. Ma non ha smesso di essere acqua. Aspetta soltanto il disgelo.

Ciò che resta incompiuto.

Negli anni Venti una giovane ricercatrice osservò che le persone tendono a ricordare meglio i compiti interrotti di quelli portati a termine. Le sue conclusioni sono state molto discusse, ma colgono qualcosa che ognuno conosce: ciò che resta incompiuto non ci lascia in pace.

Nel trauma questo vale soprattutto per il corpo. Già tra la fine dell'Ottocento e l'inizio del Novecento la psichiatria francese notava che le persone traumatizzate restano come agganciate all'esperienza vissuta, incapaci di integrarla e di andare avanti. Ciò che era mancato, si diceva, era la possibilità di portare a termine un'azione: l'atto di trionfo, la soddisfazione di un gesto compiuto che riporta il corpo nel presente.

Il gesto che si è fermato.

Davanti a un pericolo il corpo prepara una risposta: spingere via, colpire, scappare, chiamare aiuto. Ma a volte quella risposta non può compiersi. Si è troppo piccoli, l'altro è troppo forte, non c'è via d'uscita. Allora il corpo si blocca: si irrigidisce, si spegne, aspetta che passi.

Molti animali, dopo essere sfuggiti a un predatore, tremano, respirano profondamente, si scuotono, come per scaricare l'energia della difesa e tornare alla calma. Negli esseri umani questo passaggio spesso si interrompe, e l'energia della risposta mai completata resta trattenuta nel corpo. Si parla di risposte difensive troncate: braccia che avrebbero voluto spingere e sono rimaste ferme, gambe pronte a correre che non sono mai partite.

C'è poi un altro movimento che può interrompersi, forse il più delicato: quello verso qualcuno. Il bambino che tende le braccia e non trova nessuno. Negli anni Cinquanta alcuni studi documentarono che cosa accadeva ai bambini piccoli separati dai genitori durante un ricovero: prima la protesta, poi la disperazione, infine un distacco apparentemente tranquillo. Quel movimento verso l'altro non scompare: si ferma a metà. E da adulti può tornare quando ci si avvicina a qualcuno e qualcosa, dentro, si irrigidisce proprio sul più bello.

Il trauma, allora, non è soltanto un ricordo doloroso: è un'esperienza che il corpo ha vissuto e non ha potuto concludere. Per questo il lavoro non si ferma al racconto, che resta prezioso: si dà anche al corpo la possibilità di completare, in sicurezza e con gradualità, ciò che allora era rimasto sospeso. È spesso lì che il passato smette di essere presente.

Completare, con delicatezza.

Nel percorso il movimento interrotto non viene forzato, né rievocato con violenza. Si procede piano, nel presente, in un ambiente sicuro. Si nota dove il corpo si ferma. Si esplora quel gesto rimasto a metà, un poco alla volta: le mani che spingono contro un cuscino, le gambe che sentono di poter andare, le braccia che finalmente si tendono verso qualcuno che c'è. A volte arriva un tremito, un respiro profondo, un pianto che scioglie. È il corpo che scopre, adesso, di poter fare ciò che allora non poteva.

In Italia Maria Puliatti e Michele Giannantonio hanno proposto, con BOdaRI, un approccio somatico integrato al trauma semplice e complesso, improntato sulle risorse: prima si costruiscono stabilità e sostegno nel corpo, perché la persona possa restare dentro la finestra di tolleranza, presente e adulta; poi ci si avvicina, con gradualità, a ciò che è rimasto sospeso.

È un lavoro che chiede pazienza e il rispetto assoluto dei tempi della persona. Il disgelo non si comanda: si prepara.

La cascata non ha dimenticato di essere acqua. Aspetta il sole. E il sole, prima o poi, arriva.

Riferimenti.

  • P. Janet, L'automatisme psychologique, 1889; Les médications psychologiques, 1919.
  • B.A. van der Kolk, O. van der Hart, «Pierre Janet and the breakdown of adaptation in psychological trauma», American Journal of Psychiatry, 1989.
  • P.A. Levine, Risvegliare la tigre (Waking the Tiger, 1997), Astrolabio.
  • P. Ogden, K. Minton, C. Pain, Trauma and the Body, Norton, 2006.
  • J. Robertson, J. Bowlby, «Responses of young children to separation from their mothers», Courrier du Centre International de l'Enfance, 1952.
  • B. Zeigarnik, «Das Behalten erledigter und unerledigter Handlungen», Psychologische Forschung, 1927.
  • M. Puliatti, M. Giannantonio, BOdaRI. Trauma semplice e complesso. Un approccio somatico integrato per il trattamento del trauma improntato sulle risorse, Mimesis, 2025.

Fotografia di Marc Renken, Unsplash.

Il Dott. Antonio Catona, psicologo a Meina

Antonio Catona

Psicologo iscritto all'Albo degli Psicologi del Piemonte, con una solida formazione in ambito medico-scientifico. Conduttore SIAB di classi di esercizi bioenergetici, con esperienza decennale nel rebirthing. Riceve a Meina, tra Arona e Stresa, e online.

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