Ad Angkor, in Cambogia, ci sono alberi che da secoli abbracciano le pietre dei templi. Le radici sono scese lentamente, hanno trovato le fessure, si sono strette intorno ai blocchi. Oggi non si capisce più dove finisca l'albero e dove cominci il tempio: l'uno ha preso la forma dell'altro.
Il corpo fa qualcosa di simile con la nostra storia. Una paura vissuta ogni giorno diventa spalle che si alzano. Un pianto trattenuto per anni diventa una mascella serrata, un respiro che non scende mai fino in fondo. Ciò che all'inizio era una difesa, con il tempo diventa forma.
Da Reich a Lowen.
Fu Wilhelm Reich, negli anni Trenta, a notare che il modo in cui una persona si difende non si esprime soltanto in ciò che dice, ma in come lo dice: nella voce, nello sguardo, nella postura, nelle tensioni muscolari croniche. Parlò di corazza caratteriale: una protezione nata per sopravvivere a qualcosa di troppo doloroso, che però finisce per limitare la capacità di sentire, di muoversi, di provare piacere.
Alexander Lowen, suo allievo, sviluppò queste intuizioni negli anni Cinquanta nell'analisi bioenergetica. Al centro del suo lavoro c'erano il respiro, il radicamento a terra, la vitalità del corpo. Il suo messaggio, in sostanza, era questo: non abbiamo un corpo, siamo il nostro corpo.
Che cosa dicono le neuroscienze.
Per molto tempo queste idee sono rimaste ai margini della psicologia. Oggi le neuroscienze le guardano con occhi nuovi. Le ricerche hanno mostrato come le emozioni siano radicate negli stati del corpo, e come questi segnali orientino perfino le nostre decisioni. Gli studi sull'interocezione, cioè la percezione dei segnali interni come il battito, il respiro, la tensione dei visceri, descrivono il ruolo di aree cerebrali come l'insula nel trasformare queste sensazioni in sentimenti consapevoli.
La mente, insomma, non sta sopra il corpo come un pilota su un veicolo. Ne è intessuta.
Un'unica storia, due lingue.
Mente e corpo non sono due piani da collegare: sono un'unica storia raccontata in due lingue, quella delle parole e quella delle sensazioni. Il sintomo, la postura, il respiro, l'emozione e il pensiero vengono ascoltati insieme, e i messaggi del corpo, letti con l'orientamento bioenergetico, diventano una chiave di accesso all'interiorità stessa. Il cambiamento passa tanto dalla comprensione quanto dall'esperienza: capire, e insieme sentire di nuovo, muoversi di nuovo, respirare di nuovo, fino a ritrovare entusiasmo, vita, energia.
Nel lavoro psicologico.
Per me la psicologia psicocorporea non sostituisce la parola: la accompagna. Durante il colloquio presto attenzione a ciò che il corpo racconta mentre la persona parla: un respiro che si blocca su un nome, le mani che si chiudono, una voce che si fa sottile. A volte basta notarlo insieme. Altre volte si propone un lavoro più diretto: esercizi di respiro, di radicamento, di espressione, come quelli delle classi di esercizi bioenergetici che conduco con la formazione della SIAB, la Società Italiana di Analisi Bioenergetica.
È un lavoro graduale, che rispetta in modo assoluto la persona, i suoi tempi e i suoi limiti. Non si tratta di «rompere» le difese, che hanno avuto e hanno ancora una loro ragione. Si tratta di ammorbidirle, finché il corpo può ricominciare a respirare per intero.
Le radici non si strappano. Ma si può imparare, piano, a crescere verso la luce.
Riferimenti.
- W. Reich, Analisi del carattere (Charakteranalyse, 1933).
- A. Lowen, Bioenergetica (Bioenergetics, 1975).
- A. Damasio, L'errore di Cartesio (Descartes' Error, 1994), Adelphi.
- A.D. Craig, «How do you feel — now? The anterior insula and human awareness», Nature Reviews Neuroscience, 2009.
Fotografia di Marcel L., Unsplash.

