Il sole che sorge dietro una cresta di montagne, in controluce

Quando si inizia un percorso.

Non serve sentirsi pronti. Serve essere disposti a fare un passo, e poi quello dopo.

Antonio Catona, psicologo · 4 minuti di lettura

Ogni percorso comincia molto prima del primo colloquio. Comincia in una notte in cui il sonno non arriva, in una frase che ci sfugge e ci sorprende, in un numero di telefono salvato e lasciato lì per settimane. Poi, un giorno, quel numero si chiama.

Chi va in montagna lo sa: all'alba il sentiero sembra più breve di quanto sia davvero. La cima si vede, e pare vicina. Poi il bosco la nasconde, la salita si fa ripida, e ci si accorge che il passo che conta è sempre e soltanto il prossimo.

Chi mi chiama la prima volta, spesso, tiene tra le mani qualcosa che si è rotto: un amore, un lavoro. A volte è il corpo a bussare per primo, con un'ansia che stringe o un disturbo che non trova nome; altre volte è un lutto, una fatica che si accumula, un bivio davanti al quale non si sa da che parte andare. Le coppie arrivano quando stanno per lasciarsi, o quando scoprono di guardare la stessa vita da due finestre diverse.

Volere e non volere, insieme.

Arrivare a chiedere aiuto è già un movimento. Ma raramente è un movimento pulito: accanto al desiderio di stare meglio convivono la paura di cambiare, il dubbio, la tentazione di rimandare. Gli studi sulla motivazione al cambiamento chiamano questa condizione ambivalenza, e la considerano non un ostacolo ma una tappa normale di ogni cambiamento.

Chi ha osservato come le persone cambiano davvero, per esempio quando smettono di fumare, ha descritto un processo a stadi: prima di agire si attraversano fasi in cui si contempla il problema, ci si prepara, si esita. E le ricadute non sono un fallimento: fanno parte del cammino, che somiglia più a una spirale che a una linea retta.

Anche il corpo vive l'ambivalenza: il respiro che si trattiene prima di una telefonata, lo stomaco che si chiude, le spalle che si alzano. Sono segnali da non ignorare, perché spesso il corpo sa dell'inizio qualcosa che la mente non ha ancora trovato il modo di dire. Fin dal primo colloquio c'è spazio per le parole e per ciò che, intanto, si sente.

Non serve sentirsi pronti. Basta essere disposti.

In che cosa consiste l'impegno.

Si comincia con un primo colloquio, uno spazio di conoscenza reciproca. Se si sceglie di proseguire, seguono tre colloqui di valutazione e, al termine, si definiscono insieme obiettivi, frequenza e modalità degli incontri. Da quel momento l'impegno prende forme molto concrete.

La costanza, prima di tutto: gli incontri hanno di solito un ritmo settimanale, perché ciò che emerge ha bisogno di tempo per sedimentare da una volta all'altra. Poi la sincerità: portare quello che c'è, anche quando è confuso, anche quando riguarda i dubbi sul percorso stesso. Soprattutto allora. E la pazienza: ci sono settimane in cui sembra che non accada nulla, e sono spesso quelle in cui qualcosa, sotto la superficie, si sta preparando.

La ricerca sull'alleanza tra chi chiede aiuto e chi lo offre mostra che un lavoro efficace nasce dall'accordo sugli obiettivi e sui compiti, oltre che da un legame di fiducia. L'impegno, allora, non è una promessa che una persona fa a me: è un patto che si costruisce in due, e che si può rinegoziare quando serve. Ne parlo più a fondo in L'alleanza terapeutica.

Quanto dura.

Dipende da ciò che si porta. Per tematiche circoscritte spesso bastano pochi incontri. Un lavoro profondo su di sé, invece, è un percorso lungo e impegnativo, che chiede tempo e disponibilità a mettersi in gioco, e che può regalare molte soddisfazioni: una conoscenza più profonda di sé, più energia, relazioni più autentiche.

Credo che i periodi di crisi siano momenti importanti, e che possano diventare una soglia. Varcarla non richiede un coraggio da eroi. Richiede di presentarsi, una settimana dopo l'altra, con ciò che si è.

La cima, prima o poi, torna visibile. Ma a quel punto ci si accorge che il dono più grande era il sentiero.

Riferimenti.

  • J.O. Prochaska, C.C. DiClemente, «Stages and processes of self-change of smoking: toward an integrative model of change», Journal of Consulting and Clinical Psychology, 1983.
  • J.O. Prochaska, C.C. DiClemente, J.C. Norcross, «In search of how people change», American Psychologist, 1992.
  • W.R. Miller, S. Rollnick, Motivational Interviewing: Helping People Change, Guilford Press, 2013 (trad. it. Il colloquio motivazionale, Erickson).
  • E.S. Bordin, «The generalizability of the psychoanalytic concept of the working alliance», Psychotherapy: Theory, Research & Practice, 1979.

Fotografia di Marco Lamperti, Unsplash.

Il Dott. Antonio Catona, psicologo a Meina

Antonio Catona

Psicologo iscritto all'Albo degli Psicologi del Piemonte, con una solida formazione in ambito medico-scientifico. Conduttore SIAB di classi di esercizi bioenergetici, con esperienza decennale nel rebirthing. Riceve a Meina, tra Arona e Stresa, e online.

Parole, corpo e respiro: il mio modo di lavorare

Per un primo colloquio

È possibile telefonare, scrivere su WhatsApp o inviare una email: rispondo personalmente. Il primo colloquio serve a conoscersi; si decide poi insieme se proseguire.

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