Un ponte lontano avvolto dalla nebbia all'alba, sopra l'acqua e le sagome degli alberi

Le resistenze a iniziare un percorso.

Il ponte c'è. Ma la nebbia lo nasconde, e il primo passo sembra un salto nel vuoto.

Antonio Catona, psicologo · 3 minuti di lettura

Certe mattine la nebbia copre il fiume e il ponte si vede appena. Si sa che c'è, perché lo si è attraversato altre volte. Eppure, guardandolo da lontano, sembra che finisca nel nulla.

Così appare spesso l'inizio di un percorso psicologico a chi ci sta pensando: un passaggio possibile, ma avvolto da dubbi che lo rendono incerto. È normale. E quasi sempre quei dubbi hanno qualcosa da dire.

Che cosa ci trattiene.

Gli studi sono concordi. Una grande indagine dell'Organizzazione Mondiale della Sanità ha mostrato che tra le persone che riconoscono di avere un problema il motivo più frequente per non chiedere aiuto non è economico né pratico: è il desiderio di farcela da soli. Molte altre, semplicemente, pensano che il loro disagio non sia «abbastanza grave». Una revisione dedicata ai più giovani aggiunge la vergogna, il timore del giudizio, la difficoltà a riconoscere ciò che si sta vivendo.

Sono resistenze comprensibili. Chiedere aiuto significa ammettere di avere bisogno, e per molti di noi il bisogno è stato a lungo qualcosa da nascondere. C'è chi è cresciuto sentendosi dire di non disturbare, chi ha imparato a contare solo su di sé, chi teme che parlare di una ferita la renda più grande.

Le voci più comuni.

«Non è niente, passerà». «Altri stanno peggio di me». «Dovrei riuscirci da solo». «E se poi scopro qualcosa che non voglio vedere?». Sono frasi che sento spesso, quando una persona finalmente arriva. Quasi sempre le ha ripetute per mesi, a volte per anni.

Non vanno combattute: vanno ascoltate. Ognuna protegge qualcosa. Il «passerà» protegge dalla paura di fermarsi. Il «dovrei riuscirci da solo» protegge una dignità che ha dovuto difendersi presto. Riconoscerlo aiuta a capire che chiedere aiuto non è una sconfitta: è un modo diverso, e più maturo, di prendersi cura di sé.

Le resistenze non abitano solo nei pensieri. Si sentono anche nel corpo: lo stomaco che si chiude al pensiero di telefonare, il respiro che si ferma, una stanchezza improvvisa che fa rimandare a domani. È una paura di vivere: trattenersi per non sentire troppo, nel dolore come nella gioia. Non sono ostacoli da superare con la forza di volontà, ma segnali da accogliere: raccontano quanto è importante, per noi, ciò che stiamo per toccare.

Un passo alla volta.

Non serve aspettare di non avere più dubbi: i dubbi si portano con sé, e se ne parla nel primo colloquio. Si può cominciare con un messaggio di poche righe, senza spiegare nulla. Il ponte, attraversandolo, si rivela.

La nebbia non si dirada guardandola. Si dirada camminando.

Riferimenti.

  • L.H. Andrade e coll., «Barriers to mental health treatment: results from the WHO World Mental Health surveys», Psychological Medicine, 2014.
  • A. Gulliver, K.M. Griffiths, H. Christensen, «Perceived barriers and facilitators to mental health help-seeking in young people: a systematic review», BMC Psychiatry, 2010.
  • A. Lowen, Paura di vivere (Fear of Life, 1980).

Fotografia di Bradley Pritchard Jones, Unsplash.

Il Dott. Antonio Catona, psicologo a Meina

Antonio Catona

Psicologo iscritto all'Albo degli Psicologi del Piemonte, con una solida formazione in ambito medico-scientifico. Conduttore SIAB di classi di esercizi bioenergetici, con esperienza decennale nel rebirthing. Riceve a Meina, tra Arona e Stresa, e online.

Parole, corpo e respiro: il mio modo di lavorare

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