E la tempesta arrivò
Come sempre,
Annunciata dai venti
Polverosi
Come brividi sulle cicatrici.
E fu pioggia
E fu Vita
Una terra che per anni ha dato frutti, se non riceve più acqua, si secca. Prima si indurisce, poi si spacca. Il burnout assomiglia a questo: non arriva all'improvviso, si forma giorno dopo giorno, quando si continua a dare senza ricevere.
Che cos'è il burnout.
La parola inglese significa «bruciato», consumato fino in fondo. Lo psicologo Herbert Freudenberger la usò negli anni Settanta per descrivere l'esaurimento che osservava nei volontari di una clinica gratuita di New York: persone motivate e generose che, a poco a poco, si svuotavano. Pochi anni dopo la psicologa Christina Maslach ha costruito il questionario per misurarlo, il Maslach Burnout Inventory, ancora oggi il test sul burnout più usato al mondo.
Nell'ICD-11, la classificazione internazionale dell'Organizzazione Mondiale della Sanità in vigore dal 2022, il burnout è descritto come una sindrome dovuta a uno stress cronico sul lavoro che non è stato gestito con successo. Non è considerato una malattia, ma un fenomeno legato al lavoro, con tre dimensioni: la sensazione di esaurimento, il distacco crescente dal proprio lavoro, spesso con cinismo, e la sensazione di non essere più efficaci.
I sintomi, anche fisici.
Il primo segnale è spesso l'esaurimento emotivo: la sensazione di non avere più niente da dare, di arrivare svuotati già al mattino. Poi il lavoro che un tempo appassionava diventa un peso, i colleghi o i clienti irritano, ci si scopre distanti, a volte cinici. Infine si fa strada il dubbio di non essere più capaci.
Il corpo partecipa: una stanchezza che il riposo non ripara, il sonno disturbato, mal di testa, tensioni al collo e alla schiena, disturbi digestivi, difese più basse. Sono i segni di un sistema di allarme rimasto acceso troppo a lungo.
Non è debolezza.
Il burnout colpisce spesso proprio le persone più motivate e coscienziose, e chi lavora nelle professioni di cura: sanitari, insegnanti, operatori sociali. Le ricerche di Christina Maslach e Michael Leiter mostrano che conta molto il rapporto tra la persona e il suo ambiente di lavoro: un carico eccessivo, poco controllo su ciò che si fa, scarso riconoscimento, relazioni difficili, la sensazione di ingiustizia, valori che non coincidono. Per questo non basta sentirsi dire «devi riposarti»: spesso qualcosa deve cambiare anche fuori.
In Italia la legge chiede ai datori di lavoro di valutare anche il rischio da stress lavoro correlato, insieme agli altri rischi per la salute.
Burnout o depressione?
I due quadri si somigliano e in parte si sovrappongono, tanto che la ricerca discute ancora dove passi il confine. Una differenza spesso indicata è che il burnout nasce ed è legato al lavoro, mentre la depressione tinge tutti gli ambiti della vita. Si parla anche di burnout dei genitori o di chi assiste un familiare malato; l'Organizzazione Mondiale della Sanità, però, riserva il termine al lavoro. Se la stanchezza e la tristezza non passano nemmeno lontano dal lavoro, è bene parlarne con il medico.
Come uscirne.
Non esiste un rimedio unico. Di solito servono più cose insieme: ritrovare un ritmo di sonno e di pausa, rimettere confini tra il lavoro e il resto della vita, chiedere un cambiamento nell'organizzazione quando è possibile, recuperare ciò che nutre, dalle relazioni al movimento. E capire perché si è arrivati a dare così tanto: il bisogno di essere all'altezza, la difficoltà a dire di no, il proprio valore misurato soltanto su ciò che si produce.
A chi rivolgersi.
Il medico di famiglia è il primo riferimento per i sintomi fisici e per certificare, se serve, un periodo di malattia. In molte aziende c'è anche il medico competente, che si occupa della salute dei lavoratori. Lo psicologo aiuta a riconoscere ciò che sta accadendo, a ritrovare energie e confini e a decidere che cosa cambiare.
Il percorso.
Quasi tutti me la descrivono come un peso sulle spalle, qualcosa da trascinarsi dietro giorno dopo giorno. I primi segnali arrivano in silenzio: la stanchezza, la tentazione di evitare, l'energia che si spegne sotto il peso delle responsabilità. Alcuni cercano sollievo nell'alcol o in altre sostanze, per non sentire quel peso o per ritrovare, per un momento, un'energia che non c'è più.
Nel percorso si dà spazio alla fatica senza giudicarla e si lavora anche con il corpo: il respiro, il radicamento, il contatto con le tensioni che la mente ha imparato a ignorare. Non per tornare come prima, ma per trovare un modo di lavorare e di vivere che non consumi. I colloqui si svolgono a Meina, tra Arona e Stresa, oppure online.
Una terra spaccata non è una terra morta. Aspetta la pioggia, e qualcuno che se ne prenda cura.
Riferimenti.
- H.J. Freudenberger, «Staff burn-out», Journal of Social Issues, 1974.
- C. Maslach, S.E. Jackson, «The measurement of experienced burnout», Journal of Occupational Behaviour, 1981.
- C. Maslach, M.P. Leiter, «Understanding the burnout experience: recent research and its implications for psychiatry», World Psychiatry, 2016.
- Organizzazione Mondiale della Sanità, ICD-11, codice QD85 «Burnout», 2022.
- R. Bianchi, I.S. Schonfeld, E. Laurent, «Burnout–depression overlap: a review», Clinical Psychology Review, 2015.
- Decreto legislativo 9 aprile 2008, n. 81, articolo 28 (valutazione dei rischi, compresi quelli collegati allo stress lavoro correlato).
Fotografia di Mike Erskine, Unsplash.

