Volevo incassare il tuono
Protetto da metri di nebbia,
Solo, da solo, tutto da solo!
Un temporale d'estate. Le nuvole si gonfiano, l'aria si carica, poi il fulmine squarcia il cielo. Dopo, la pioggia lava tutto e l'aria torna leggera. Una tempesta, in natura, ha un inizio e una fine. Lo stress che ci fa ammalare, invece, è una tempesta che non finisce.
Una risposta antica.
Fu il medico Hans Selye, negli anni Trenta, a descrivere per primo quella che chiamò sindrome generale di adattamento: davanti a sollecitazioni di ogni tipo il corpo reagisce con una risposta simile. Prima l'allarme, poi la resistenza e, se la pressione continua troppo a lungo, l'esaurimento. Distinse anche lo stress che ci stimola e ci fa crescere, l'eustress, da quello che ci consuma, il distress.
La risposta di stress è un capolavoro dell'evoluzione. In pochi istanti il cuore accelera, il respiro si fa rapido, i muscoli si tendono, il cortisolo mobilita energia. È ciò che ci permette di reagire a un pericolo. Ma è pensata per durare poco.
Quando la tempesta non finisce.
Si chiama carico allostatico il prezzo che il corpo paga quando la risposta di stress resta accesa troppo a lungo, o si accende troppo spesso: sonno disturbato, tensioni croniche, digestione difficile, difese più fragili, maggiore vulnerabilità all'ansia e all'umore basso. Un'immagine lo spiega bene: la zebra scappa dal leone e un'ora dopo pascola tranquilla. Noi, invece, possiamo restare in allarme per mesi, per una preoccupazione che vive solo nella nostra mente.
C'è poi un tassello decisivo: lo stress non dipende solo da ciò che accade, ma da come lo valutiamo, e dalle risorse che sentiamo di avere per affrontarlo.
Lo stress, del resto, non è solo un'idea: è un corpo che non riesce a tornare al riposo. Spalle sempre un po' alzate, una mascella che stringe, un respiro che resta alto, il sonno leggero. Per questo, accanto al lavoro sui pensieri e sulle situazioni, anche il corpo può aiutare: un'espirazione più lunga, il radicamento, il movimento che scarica la tensione accumulata.
Ritrovare il ritmo.
Nel percorso si lavora su entrambi i fronti: si guarda a ciò che pesa, a ciò che si può cambiare e a ciò che va accettato, e intanto si impara ad ascoltare i segnali del corpo prima che diventino sintomi. Non si tratta di eliminare ogni tensione, che è parte della vita, ma di ritrovare il ritmo naturale tra attivazione e riposo, e con esso entusiasmo, vita, energia.
Dopo il temporale l'aria è più limpida. A patto che, prima o poi, smetta di piovere.
Riferimenti.
- H. Selye, «A syndrome produced by diverse nocuous agents», Nature, 1936.
- B.S. McEwen, «Protective and damaging effects of stress mediators», New England Journal of Medicine, 1998.
- R.S. Lazarus, S. Folkman, Stress, Appraisal, and Coping, Springer, 1984.
- R.M. Sapolsky, Perché alle zebre non viene l'ulcera? (Why Zebras Don't Get Ulcers, 1994).
Fotografia di Justin Wolff, Unsplash.

