Nelle grandi pianure i temporali si vedono arrivare da lontano. Il cielo si abbassa, una muraglia scura avanza sul campo, il vento si alza all'improvviso. Sembra la fine del mondo. Poi, dopo un tempo che pare infinito e invece è breve, la luce torna a filtrare all'orizzonte.
Un allarme che ci protegge.
L'ansia, prima di essere un problema, è una risorsa. È il sistema d'allarme che ci prepara ad affrontare un pericolo: il cuore accelera, il respiro si fa più rapido, i muscoli si tendono, l'attenzione si stringe. Senza ansia non ci prepareremmo a un esame, non staremmo attenti attraversando la strada.
Diventa una difficoltà quando l'allarme suona troppo spesso, troppo forte, o quando non c'è un vero pericolo da cui difendersi. Allora la preoccupazione si fa continua, il sonno leggero, lo stomaco si chiude, e la vita, piano piano, si restringe.
Che cos'è un attacco di panico.
Un attacco di panico è un'ondata improvvisa di paura intensa, che raggiunge il suo culmine nel giro di pochi minuti. Il cuore batte forte, manca il respiro, possono comparire vertigini, tremori, formicolii, una sensazione di irrealtà. Spesso arriva la paura di perdere il controllo, di impazzire o di morire.
È un'esperienza molto più comune di quanto si pensi: secondo una grande indagine condotta in molti Paesi, più di una persona su dieci vive almeno un attacco di panico nel corso della vita. È terribile da attraversare, ma in sé non è pericoloso, e passa. La prima volta, però, è giusto rivolgersi al medico per escludere altre cause; e davanti a sintomi nuovi o diversi dal solito, come un dolore al petto, è sempre bene chiamare il 112.
La paura della paura.
Dopo il primo attacco, spesso il problema diventa l'attesa del successivo. Si comincia a sorvegliare il corpo: ogni battito un po' più veloce, ogni giramento di testa sembra l'inizio della tempesta. Ed è proprio questa paura a riaccendere l'allarme. Gli studiosi la chiamano paura della paura.
Anche il respiro entra nel circolo. Quando si respira in fretta si elimina troppa anidride carbonica, e questo provoca proprio formicolii, vertigini e la sensazione che l'aria non basti: il corpo, spaventato, produce i sintomi che lo spaventano. Poi arrivano le rinunce: i luoghi affollati, l'autostrada, i viaggi. Ogni rinuncia sembra un sollievo, ma insegna alla mente che il pericolo era vero.
Che cosa può fare un percorso.
Nel percorso si dà spazio prima di tutto alle parole: quando è cominciato, che cosa stava accadendo nella vita, che cosa l'ansia cerca di segnalare. Spesso il panico arriva in un periodo di cambiamento, di sovraccarico, di emozioni tenute a lungo in silenzio. Capire il suo messaggio toglie al temporale una parte della sua forza.
Nell'ansia trovo quasi sempre una stretta al petto e una morsa alla gola, e sotto, trattenuta, tanta emozione. Chi la vive la sente come un problema da eliminare. Io la vedo come un'energia che non riesce a scorrere: un fiume che preme contro la diga e cerca la sua strada. Lo sblocco, spesso, arriva quando quell'energia viene accolta e lasciata libera di muoversi: e allora si scopre che non era un problema, ma una risorsa.
Intanto si impara a fare del corpo un alleato invece che un nemico: riconoscere i primi segnali, lasciare che l'espirazione si allunghi, sentire i piedi a terra, restare con le sensazioni senza fuggire, un passo alla volta. Per chi soffre di panico, il lavoro sul respiro parte da un respiro lento e tranquillo; le tecniche più intense si valutano solo più avanti, se e quando sono indicate.
Credo che anche una crisi d'ansia possa diventare una soglia: il segnale che qualcosa, nella vita, chiede di essere ascoltato e cambiato.
Il cielo non combatte il temporale. Lo lascia passare, e intanto resta cielo.
Riferimenti.
- American Psychiatric Association, DSM-5-TR. Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, Raffaello Cortina, 2023.
- P. de Jonge e coll., «Cross-national epidemiology of panic disorder and panic attacks in the world mental health surveys», Depression and Anxiety, 2016.
- A.J. Goldstein, D.L. Chambless, «A reanalysis of agoraphobia», Behavior Therapy, 1978.
Fotografia di Steve Gribble, Unsplash.

