Non chiedermi altro,
Ti prego non farlo.
Non chiedermi
Dell'esplosione.
Di quanto tutto
Cambiò in un secondo.
Oppure fallo,
Ma fallo fino in fondo,
Fino alle viscere
Fino alla carne nuda.
Fino al centro del
Mio mondo.
Fino al buio.
Ma stammi vicino
E questo fallo
Veramente
Panchine vuote, foglie a terra. Dopo una perdita il mondo resta uguale, eppure è cambiato tutto: manca una voce, un'abitudine, un posto a tavola. A volte tutto cambia in un secondo.
Che cos'è il lutto.
Il lutto è la risposta naturale alla perdita di una persona cara. Porta con sé tristezza e nostalgia, ma anche incredulità, rabbia, senso di colpa, stanchezza, un sonno che non riposa.
Le fasi del lutto.
Si parla spesso delle cinque fasi descritte da Elisabeth Kübler-Ross: negazione, rabbia, patteggiamento, depressione, accettazione. Sono un'immagine utile, non un percorso obbligato: lei stessa le aveva osservate in chi si preparava alla propria morte, e il dolore raramente segue un ordine fisso.
Più che una scala, elaborare il lutto è un'oscillazione tra due movimenti: lasciarsi toccare dal dolore per ciò che si è perso e tornare, poco a poco, alla vita di ogni giorno. Margaret Stroebe e Henk Schut l'hanno chiamato modello del doppio processo: servono entrambi, e alternarli è sano.
Non solo la morte.
Si vive un lutto anche quando finisce un amore, quando si perde il lavoro, la salute o una casa, oppure quando una persona cara è ancora viva ma non è più quella di prima. Sono perdite meno riconosciute, e per questo a volte più solitarie.
Quando il dolore si blocca.
Per la maggior parte delle persone il dolore, con il tempo, cambia forma e lascia spazio ai ricordi: la ricerca mostra che la capacità di attraversare una perdita è più diffusa di quanto si pensi. A volte però il dolore resta fermo. A distanza di molti mesi la mancanza occupa ancora tutto, non si riesce ad accettare ciò che è accaduto, la vita sembra aver perso senso. La classificazione internazionale delle malattie lo chiama disturbo da lutto prolungato.
Anche una morte improvvisa o traumatica, un addio mancato, le parole rimaste in sospeso possono rendere il cammino più difficile. In questi casi chiedere aiuto non significa dimenticare: significa poter tornare a vivere portando con sé il legame.
Il percorso.
Accompagnando le persone nel lutto ho visto che quel dolore, se lo si lascia vivere, può diventare Amore. Per questo chiedo: come possiamo usare questo dolore per dire a chi se n'è andato quanto lo amavamo? Che cosa vorrebbe, oggi, per te? Molti si vergognano di piangere, di sentirsi deboli, di non essere forti. È una fase da sostenere, non da rinnegare.
Nel percorso c'è spazio per il dolore e per ciò che è difficile dire: la rabbia, la colpa, perfino il sollievo che a volte si prova e di cui ci si vergogna. Anche il corpo partecipa: il pianto trattenuto, il respiro bloccato, una tensione che non si scioglie. Lavorare anche con il respiro e con il corpo può aiutare il dolore a muoversi, invece di restare fermo. I colloqui si svolgono a Meina, tra Arona e Stresa, oppure online.
Chi abbiamo amato non si dimentica. Si impara, piano piano, a portarlo con sé.
Riferimenti.
- E. Kübler-Ross, La morte e il morire (On Death and Dying, 1969).
- M. Stroebe, H. Schut, «The dual process model of coping with bereavement: rationale and description», Death Studies, 1999.
- G.A. Bonanno, The Other Side of Sadness: What the New Science of Bereavement Tells Us About Life After Loss, Basic Books, 2009.
- Organizzazione Mondiale della Sanità, ICD-11, codice 6B42 «Prolonged grief disorder», 2022.
Fotografia di Dariia Lemesheva, Unsplash.

