Un uomo rema da solo su una piccola barca, in un lago avvolto dalla nebbia

La solitudine.

Si può stare soli e sentirsi in pace, o stare tra la gente e sentirsi soli. La solitudine che pesa è un segnale: chiede legame.

Antonio Catona, psicologo · 4 minuti di lettura

Volevo incassare il tuono
Protetto da metri di nebbia,
Solo, da solo, tutto da solo!

Antonio Catona

Una barca nella nebbia, un uomo che rema. Intorno non si vede la riva. Non sappiamo se ha scelto di essere lì, da solo, o se gli altri si sono persi nel grigio. Da fuori le due cose si somigliano. Da dentro sono opposte.

Stare soli, sentirsi soli.

In italiano abbiamo una sola parola, solitudine, per due esperienze diverse. C'è la solitudine scelta, che riposa e permette di ritrovarsi: lo psicoanalista Donald Winnicott considerava la capacità di stare da soli un segno di maturità emotiva, che nasce dall'aver potuto stare soli, da piccoli, in presenza di qualcuno. E c'è la solitudine che fa male: la sensazione di non essere visti, di non avere nessuno a cui rivolgersi.

Gli psicologi Daniel Perlman e Letitia Anne Peplau l'hanno descritta come la distanza tra le relazioni che si desiderano e quelle che si hanno. Per questo si può essere soli senza sentirsi soli, e sentirsi soli in mezzo agli altri: in famiglia, al lavoro, in coppia.

Un segnale, come la fame.

Il neuroscienziato John Cacioppo ha proposto di guardare alla solitudine come a un segnale biologico, simile alla fame o alla sete: un disagio che spinge a cercare gli altri, perché per la nostra specie restare soli è stato a lungo un pericolo. Quando dura a lungo, però, il segnale si inceppa. Chi si sente solo diventa più attento ai possibili rifiuti, legge freddezza dove non c'è, si protegge chiudendosi. E la chiusura aumenta la solitudine.

C'è anche una solitudine che ci costruiamo da soli: quella di chi ha imparato a cavarsela senza nessuno, a non chiedere, a incassare il tuono senza far vedere niente. È una forza, finché non diventa una prigione.

Che cosa fa al corpo.

La solitudine non è solo un'emozione. Una grande meta-analisi guidata da Julianne Holt-Lunstad ha mostrato che la solitudine e l'isolamento sociale aumentano il rischio di morte prematura, in misura paragonabile ad altri fattori di rischio ben noti. Nel 2025 una commissione dell'Organizzazione Mondiale della Sanità ha stimato che la solitudine riguarda circa una persona su sei nel mondo, e che è più frequente proprio tra i giovani.

Che cosa aiuta.

Viene spontaneo pensare che basti uscire di più, iscriversi a un corso, conoscere gente. A volte aiuta. Ma una meta-analisi degli interventi contro la solitudine ha mostrato che i più efficaci sono quelli che lavorano sul modo in cui si guarda agli altri: le aspettative di rifiuto, la diffidenza, la vergogna di mostrarsi. Non basta avere occasioni: serve sentirsi abbastanza al sicuro da coglierle.

I piccoli passi contano: una telefonata a chi non si sente da tempo, un'attività condivisa, un gesto di cura verso qualcun altro. E chiedere aiuto, che per chi si è abituato a fare tutto da solo è spesso il passo più difficile.

Il percorso.

Chi si sente solo fa fatica, più di tutto, a chiedere: a dire che ha bisogno di contatto, di essere nutrito.

Nel percorso la solitudine diventa qualcosa di cui si può parlare, senza vergogna. Si cerca di capire da dove nasce, come la si alimenta senza volerlo, che cosa rende difficile avvicinarsi agli altri. E lo spazio del colloquio è già, di per sé, una relazione in cui sperimentare un modo diverso di stare con qualcuno. I colloqui si svolgono a Meina, tra Arona e Stresa, oppure online.

Se la solitudine si accompagna a pensieri di non voler più vivere, è importante parlarne subito: con il medico, con una persona di fiducia o chiamando il 112. Per un ascolto anonimo c'è anche Telefono Amico Italia, al numero 02 2327 2327.

La nebbia, prima o poi, si alza. E la riva era più vicina di quanto sembrasse.

Riferimenti.

  • D.W. Winnicott, «The capacity to be alone», International Journal of Psycho-Analysis, 1958.
  • D. Perlman, L.A. Peplau, «Toward a social psychology of loneliness», in S. Duck, R. Gilmour (a cura di), Personal Relationships 3: Personal Relationships in Disorder, Academic Press, 1981.
  • J.T. Cacioppo, W. Patrick, Loneliness: Human Nature and the Need for Social Connection, Norton, 2008.
  • J. Holt-Lunstad, T.B. Smith, M. Baker, T. Harris, D. Stephenson, «Loneliness and social isolation as risk factors for mortality: a meta-analytic review», Perspectives on Psychological Science, 2015.
  • C.M. Masi, H.-Y. Chen, L.C. Hawkley, J.T. Cacioppo, «A meta-analysis of interventions to reduce loneliness», Personality and Social Psychology Review, 2011.
  • Organizzazione Mondiale della Sanità, From Loneliness to Social Connection, rapporto della Commissione sulla connessione sociale, 2025.

Fotografia di Clay Banks, Unsplash.

Il Dott. Antonio Catona, psicologo a Meina

Antonio Catona

Psicologo iscritto all'Albo degli Psicologi del Piemonte, con una solida formazione in ambito medico-scientifico. Conduttore SIAB di classi di esercizi bioenergetici, con esperienza decennale nel rebirthing. Riceve a Meina, tra Arona e Stresa, e online.

Parole, corpo e respiro: il mio modo di lavorare

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